C’è una dinamica che vedo ripetersi con una regolarità quasi imbarazzante, soprattutto a gennaio. Le persone decidono di ripartire con l’allenamento, magari dopo settimane – o mesi – di stop, entrano in palestra con le migliori intenzioni e nel giro di pochissimo tempo iniziano a sentirsi a disagio.
Non per la fatica. Ma per una sensazione più subdola, più silenziosa, e molto più efficace nel sabotare qualsiasi buon proposito.

La sensazione io qui non c’entro niente.
Non sei abbastanza allenato/a, non sai usare gli attrezzi, ti muovi in modo goffo, ti guardi intorno e ti sembra che tutti sappiano esattamente cosa fare tranne te. Da lì in poi il film è sempre lo stesso.
Ti controlli troppo, ti irrigidisci, perdi naturalezza. Cominci a pensare che forse dovresti rimetterti un po’ in forma prima di allenarti sul serio, qualunque cosa voglia dire. E nel frattempo rimandi, eviti, molli.
Questo meccanismo ha un nome preciso: sindrome dell’impostore. E no, non è una trovata da psicologia da Social, ma un fenomeno studiato da decenni, osservato in contesti ad alta prestazione, compreso lo sport.
La cosa interessante, e per certi versi ironica, è che non colpisce chi è oggettivamente incapace. Colpisce soprattutto chi sta cercando di fare le cose per bene.
La sindrome dell’impostore funziona così: fai qualcosa di corretto, ottieni un risultato, ma non riesci ad attribuirlo a te. Se va bene è fortuna, se va male è colpa tua. Vivi con la sensazione costante che prima o poi qualcuno si accorgerà che non sei all’altezza e ti smaschererà. Nel mondo del fitness questo si traduce in una convinzione tanto diffusa quanto tossica: l’idea che la palestra sia un posto riservato a chi è già in forma.
Il paradosso è evidente. Dovresti allenarti per migliorare, ma senti di dover migliorare prima per poterti allenare.
La palestra, da questo punto di vista, è un ambiente perfetto per far esplodere questo tipo di insicurezza. È un luogo in cui il corpo è esposto, il confronto è continuo e spesso silenzioso, ma non per questo meno feroce. Specchi ovunque, carichi sugli attrezzi, movimenti più o meno fluidi. Il cervello fa ciò che sa fare meglio: confronta. E ovviamente lo fa nel modo più scorretto possibile.
Tu confronti il tuo punto di partenza con il risultato finale degli altri. Non vedi gli anni di lavoro, gli errori, le fasi di stallo, le regressioni, i periodi di merda. Vedi solo il prodotto finito e ti senti distante, inadeguato/a, fuori posto.
A quel punto entra in scena il perfezionismo, che è uno dei migliori amici della sindrome dell’impostore. Se non eseguo l’esercizio in modo perfetto, allora sto sbagliando tutto. Se non sono sicuro al cento per cento, allora non dovrei nemmeno provarci.
Il risultato non è migliorare. È bloccarsi.
Una delle convinzioni più dannose che circolano nel fitness è l’idea che allenarsi sia una performance. Che ogni seduta debba dimostrare qualcosa. Che tu debba essere motivato/a, carico/a a pallettoni, efficiente, concentrato/a, possibilmente anche sorridente. È una visione completamente distorta dell’allenamento, che nella pratica diventa una prova continua di valore personale.
Allenarsi, invece, dovrebbe essere un processo. Non una verifica. Non un esame. Nessuno nasce sapendo come si esegue correttamente uno squat, come si gestiscono i carichi o come si ascoltano i segnali del proprio corpo. Tutti imparano facendolo, spesso sbagliando. La differenza non la fa chi non sbaglia mai, ma chi accetta l’idea che sbagliare faccia parte del percorso.
Negli studi che hanno analizzato il fenomeno dell’impostore nello sport emerge un dato interessante: anche atleti competenti, con risultati oggettivi, riportano livelli significativi di questa sensazione di frode. Questo dovrebbe farti riflettere. Se succede a chi gareggia, compete e performa, perché dovrebbe essere strano che succeda a chi sta semplicemente cercando di rimettersi in moto?
Il punto, allora, non è come elimino la sindrome dell’impostore, ma come smetto di farmi governare da questa sensazione.
Il primo passaggio è riportare il merito sotto il tuo controllo. Chi soffre di sindrome dell’impostore ha una straordinaria capacità di attribuire i successi a fattori esterni e i fallimenti a se stesso.
Se un allenamento va bene è perché era facile, se va male è perché non sei portato. Questo schema va rotto. Non con l’autocelebrazione, ma con l’onestà. Hai rispettato il programma? Ti sei presentato/a? Hai fatto quello che era previsto, anche senza sentirti al top? Bene. Quello è merito tuo. Fine.
Il secondo passaggio è ridimensionare il confronto. Non eliminarlo, perché è impossibile, ma renderlo irrilevante. Allenarsi guardando continuamente cosa fanno gli altri sposta l’attenzione dalla costruzione delle competenze al bisogno di dimostrare qualcosa. E quando ti alleni per dimostrare, la pressione sale e la qualità scende. La domanda giusta non è sono meglio o peggio degli altri, ma sto facendo ciò che mi serve oggi per migliorare.
Il terzo punto è accettare una verità tanto semplice quanto scomoda: sei un lavoro in corso. Sempre. Nel fitness non esistono prodotti finiti. Esistono fasi. Periodi in cui migliori, periodi in cui sembri fermo, altri in cui fai un passo indietro. Fa parte del gioco. Chi pretende di sentirsi pronto prima di iniziare, semplicemente non inizierà mai.
Infine c’è il tema del fallimento, parola che nel fitness viene vissuta come una condanna morale. In realtà fallire, o semplicemente performare sotto le aspettative, è inevitabile. La differenza la fa il modo in cui interpreti quell’evento. Se lo vivi come la conferma di non essere all’altezza, la sindrome dell’impostore si rafforza. Se lo leggi come informazione, come feedback, diventa uno strumento di crescita. Lo stress, quando non viene evitato a tutti i costi, può trasformarsi da minaccia a sfida.

Gennaio non è il mese della perfezione. È il mese del permesso. Permesso di non sapere tutto, di non sentirsi subito sicuri, di ripartire anche con il dubbio addosso.
La sindrome dell’impostore non è la prova che stai sbagliando strada. Spesso è il segnale che stai entrando in un territorio nuovo, dove stai davvero mettendo qualcosa in gioco.
C’è però un aspetto pratico che vale la pena chiarire prima di salutarci: se in palestra segui programmi pensati per la massa, standardizzati, non cuciti sulle tue reali capacità, è normale sentirsi sempre lo/a sfigato/a del momento. Non è un problema di volontà, né di talento: è un problema di contesto.
Allenarsi con un programma costruito su misura cambia radicalmente la percezione di sé. Ed è spesso il motivo per cui rivolgersi a un professionista non è un lusso, ma l’unico modo sensato per smettere di sentirsi fuori posto.
Hold Hard!

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